2019: 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci: così lontano ma mai così vicino.   

Leonardo, inventore della botanica moderna. 

Contare gli anelli degli alberi abbattuti o caduti è una delle prime cose che si insegna ai bambini quando vogliamo interessarli alle piante. Lo stupore che si crea in loro contando gli anni della pianta dal numero degli anelli è lo stesso che ancora stupisce noi, come fosse un’antica formula magica! Non solo: ma possiamo anche conoscere se un’annata è stata siccitosa o piovosa sempre osservando la maggiore o minore ampiezza degli anelli.

Forse non tutti sanno che dobbiamo a Leonardo da Vinci questa scoperta, da sempre molto interessato alla botanica tanto da dedicarle il capitolo VI del Trattato della Pittura corredato da osservazioni scientifiche e disegni e diversi fogli del Codice Atlantico.

L’osservazione delle piante nasce da esigenze di pittura ma, come si direbbe oggi, Leonardo non resisteva ad inoltrarsi in mille link attinenti. Nei dipinti di questo stupefacente artista, sin da quelli in gioventù, il rispetto gravido di curiosità nei confronti della natura, si intuisce nei paesaggi sullo sfondo e attorno ai personaggi: non una pianta fuori posto, secondo la stagione e l’ambiente dipinto.

Nell’opera la “Vergine delle Rocce” (1483-1486, Parigi, Museo del Louvre) le piante sono adatte al clima presumibilmente umido della grotta, quindi ciclamini aquilegie, non in funzione decorativa, ma dove sarebbe stato naturale che attecchissero, a dimostrazione del grande studio ed osservazione della natura.

Tutto questo senza dimenticare il carattere simbolico religioso: per esempio  l’Aquilegia vulgaris era simbolo della Trinità per le sue foglie trilobate o la Primula vulgaris o ancora l’Acanthus mollis sotto i piedi di san Giovanni. L’Achantus è una pianta che sparisce in inverno per poi “risorgere” in primavera quindi era spesso piantato sulle tombe ad indicare la rinascita dell’anima.

D’altra parte come avrebbe potuto un’intelligenza creativa e fortemente curiosa come la sua accontentarsi di dipingere la natura? Era il suo essere geniale che lo portava oltre, inseguendo la ragione delle cose.

Da un paio di anni studio acquarello con particolare interesse per quello botanico e rileggo spesso una nota di Leonardo sulla rappresentazione di luce ed ombre fra rami e foglie anche se continuo a fare errori!!

 

“Quella parte dell’albero che campeggia di verso l’ombra è tutta d’un colore e dove li alberi overo rami son più spessi ivi è più scuro, perché lì manco si stampa l’aria. Ma dove li rami campeggiano sopra altri rami, quivi le parti luminose si dimostrano più chiare e le foglie lustran per lo sole che l’allumina”.

 

Per lui la pittura è l’unico modo per studiare la realtà cogliendone i segreti.

Non è forse osservando per disegnare le foglie (e non solo copiare) che comprese come la posizione delle foglie sui rami non è casuale ma che ogni foglia ha il suo spazio di esposizione al sole, senza che nessuna causi ombra all’altra?

Oggi questa scienza si chiama fillotassi, dal greco phyllon (foglia) e taxis (ordine). Così come fu precursore della moderna morfologia, fisiologia delle piante ed un’ecologista profondamente convinto.

Pur non avendo le possibilità tecnologiche di oggi, per le sue intuizioni possiamo senza dubbio considerarlo il padre della botanica moderna. Nel secolo XX si cominciò a comprendere i meccanismi della linfa che scorre nei rami fino a raggiungere le foglie, anche quelle più in alto, e che contiene zuccheri ed ormoni utili alla crescita. Leonardo già nel XVI secolo aveva intuito che quell’“umore” serviva  per il nutrimento della pianta!

Prima di Leonardo la botanica era di tipo descrittivo e gli autori di riferimento erano Aristotele, Teofrasto, Plinio il vecchio: Leonardo ne lesse le opere con coscienza critica poi però sentiva il bisogno di avere riscontri razionali.

Faceva continue sperimentazioni. Ecco cosa scrisse sul tropismo (dal greco trépomai τρέπομαι letteralmente “mi volgo”) che in biologia indica i movimenti delle piante in risposta a stimoli quali luce, forza di gravità, contatti con altre piante, clima.

Io provai”, registrò nel suo taccuino, “a lasciare solamente una minima radice a una zucca, e quella tenevo nutrita coll’acqua; e tale zucca condusse a perfezione tutti li frutti ch’ella poté poi generare, li quali furono circa 60 zucche di quelle lunghe”.

Da qui, Leonardo dedusse che “il sole dà spirito e vita alle piante, e la terra coll’umido le nutrisce.” (Ms. G, folio 32v)

La chimica era ancora lontana eppure Leonardo, si è avvicinato molto alla moderna botanica con una base ecologica importante ed uno speciale rispetto per il progetto della natura.

Se un genio come Leonardo fosse vissuto oggi, con le attuali potenzialità e tecnologie, forse avrebbe scoperto molto di più o forse probabilmente sarebbe stato uno dei tanti ricercatori italiani all’estero: sicuramente il più dotato!

 

nota

Riapertura della Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano, luogo protagonista per tutto il 2019 delle celebrazioni leonardesche. È stato possibile visitarla già durante Expo 2015, ma stavolta la sala accessibile dal cortile dell'Elefante ha subìto ulteriori lavori di restauro e, rispetto al passato, è prevista la rimozione  di tutti i ponteggi, sostituiti da passerelle per ammirare da vicino il lavoro certosino di Leonardo che la progettò. Dalle passerelle saranno visibili il Monocromo appena restaurato e le tracce di disegno preparatorio con carbone a secco o pennello, raffiguranti sfondi paesaggistici straordinari per la precisione botanica.

Palazzo Reale partecipa alle celebrazioni del cinquecentenario con due progetti: dal 4 marzo al 23 giugno 2019 la mostra Il meraviglioso mondo della natura prima e dopo Leonardo studia come egli abbia modificato la percezione della natura in Lombardia

http://www.arte.it/notizie/milano/verso-il-2019-nel-segno-di-leonardo-14779

Quando un matrimonio di convenienza si tramuta in un tenero amore: la Lagerstroemia.

 

Possiamo dire che una lagerstroemia non si nega a nessuno: viali, condomini, giardini comunali, allo stesso modo è arrivata nel mio giardino ormai molti anni fa. La posizione in verità è strategica: svetta su un  piano rialzato del giardino ed i suoi fiori rosa si vedono dall’interno della casa cosi’ come in autunno si ammirano i suoi splendidi colori aranciati e rossastri.

La Lagerstroemia è originaria della Cina dove da millenni è usata per ornare i templi. Passata in India, sempre per impiego ornamentale, nel 1759 fu notata da Magnus Von Lagerstroem, allora direttore della Compagnia delle Indie. Lagerstroem inviò alcune piantine in Europa, al grande botanico Linneo ma mori’ prima che la pianta fosse classificata e Linneo, in suo onore, dette alla nuova pianta il nome di Lagerstroemia indica.

In realtà la pianta è un arbusto ma i vivaisti da sempre lo hanno direzionato ad alberello forse più commerciabile. i fiori, raggruppati in pannocchie, creano un delizioso merletto ma quello che apprezzo molto è il legno del tronco, liscio di colore chiaro che tende a squamarsi in autunno.

La varietà nana la preferisco e in giardino ne ho una bianca a cespuglio e una dynamite di un  rosa molto acceso che fa da contraltare all’albero di colore rosa più chiaro.

Ormai è una pianta che mi ha conquistato e la consiglio spesso per le case al mare che sono frequentate specialmente in agosto, il tempo della fioritura!

il fiore della nonna: la dalia.

 

Durante la mostra mercato di Lanuvio, alla quale partecipavo con i tuberi di dalia, una signora mi chiese  consiglio: voleva ripristinare il giardino della sua nonna che ricordava pieno degli intensi colori delle dalie. Che commozione!!

Per me le dalie sono un must non solo dell’estate piena, ma soprattutto dell’autunno quando illuminano il giardino che si prepara al sonno invernale.

 Sappiamo molto poco delle dalie prima del periodo degli Atzechi. Si sa solo, dai racconti degli spagnoli, che gli Atzechi usavano parti delle pianta come medicamento o cibo o addirittura usavano i grossi steli vuoti come contenitori di acqua durante la caccia.

Le dalie venivano utilizzate anche  in funzione estetica data la loro bellezza e vivacità dei colori.

Nel XVI secolo Francisco Hernandez, inviato in Messico dal re Filippo II di Spagna, tra le risorse del paese, descrisse una pianta  tra le altre: la pianta che sembra somigliare molto alla dalia chiamata dagli Atzechi “Acocotli”  canna d’acqua.  I primi disegni sono di un collaboratore di Hernandez .

Ne troviamo poi alcuni riferimenti in trattati di botanica di monaci vissuti nel nel XVI secolo.

In Europa arrivarono nel XVIII secolo all’orto botanico di Madrid provenienti dal Messico con lo scopo, in realtà, di trovare una valida alternativa o sostituzione alle patate.

Le dalie nascono nelle regioni montane di Messico e Guatemala e contiunuano ad oggi a crescere e prosperare in quelle zone.

Trasportando i tuberi nelle navi ci si accorse della grande vitalità di questa pianta che si conservava nei lunghi mesi della traversata senza perdere la sua vitalità….non tutti naturalmente!

Ho sperimentato che si conservano bene in solo in assenza di umido.

Il ‘900 é il periodo delle ibridazioni in Europa con nuovi colori e forme. Se visitate il sito della National Dahlia Collection fa girare la testa tante ne ha in catalogo (14.000 sono solo le cultivar riconosciute nel 1936).

Di facile coltivazione, soprattutto nei climi miti, fino a pochi anni fa era per antonomasia il fiore dei giardin delle nonne o degli orti come fiore da taglio, oggi il revival è assoluto.

La coltivazione é facile: il tubero va sotterrato con cura e poi fa tutto da solo. A Roma, in giardino, non li tolgo durante l’inverno ma in paesi più freddi bisogna avere la pazienza di estrarli dal terreno per ripararli, ma la fatica merita poi la soddisfazione!

  

Durante la mostra mercato di Lanuvio, alla quale partecipavo con i tuberi di dalia, una signora mi chiese  consiglio: voleva ripristinare il giardino della sua nonna che ricordava pieno degli intensi colori delle dalie. Che commozione!!

Per me le dalie sono un must non solo dell’estate piena, ma soprattutto dell’autunno quando illuminano il giardino che si prepara al sonno invernale.

 Sappiamo molto poco delle dalie prima del periodo degli Atzechi. Si sa solo, dai racconti degli spagnoli, che gli Atzechi usavano parti delle pianta come medicamento o cibo o addirittura usavano i grossi steli vuoti come contenitori di acqua durante la     caccia.

Le dalie venivano utilizzate anche  in funzione estetica data la loro bellezza e vivacità dei colori.

Nel XVI secolo Francisco Hernandez, inviato in Messico dal re Filippo II di Spagna, tra le risorse del paese, descrisse una pianta  tra le altre: la pianta che sembra somigliare molto alla dalia chiamata dagli Atzechi “Acocotli”  canna d’acqua.  I primi disegni sono di un collaboratore di Hernandez .

 

Ne troviamo poi alcuni riferimenti in trattati di botanica di monaci vissuti nel nel XVI secolo.

In Europa arrivarono nel XVIII secolo all’orto botanico di Madrid provenienti dal Messico con lo scopo, in realtà, di trovare una valida alternativa sostituzione alle patate.

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Le dalie nascono nelle regioni montane di Messico e Guatemala e contiunuano ad oggi a crescere e prosperare in quelle zone.

Trasportando i tuberi nelle navi ci si accorse della grande vitalità di questa pianta che si conservava nei lunghi mesi della traversata senza perdere la sua vitalità….non tutti naturalmente!

Ho sperimentato che si conservano bene in solo in assenza di umido.

Il ‘900 é il period delle ibridazioni in Europa con nuovi colori e forme. Se visitate il sito della National dahlia collection fa girare la testa tante ne ha in catalogo (14.000 sono solo le cultivar riconosciute nel 1936).

Di facile coltivazione, soprattutto nei climi miti, fino a pochi anni fa era per antonomasia il fiore dei giardin delle nonne o degli orti come fiore da taglio, oggi il revival è assoluto.

La coltivazione é facile: il tubero va sotterrato con cura e poi fa tutto da solo. A Roma, in giardino, non li tolgo durante l’inverno ma in paesi più freddi bisogna avere la pazienza di estrarli dal terreno per ripararli, ma la fatica merita poi la soddisfazione!

 

 

 

 

u- pick tulip field (tu raccogli)

u- pick tulip field (tu raccogli)
Qualche anno fa l’iniziativa è stata portata in Italia da un giovane olandese Edwin Koeman che ha portato il primo u-pick tulip fied a Cornaredo vicino Milano. 350.000 tulipani!

Ha creato un bellissimo giardino di tulipani in fiore mentre i fratelli ne hanno creati altri in Texas e a Rhode Island America. È  abbastanza diffusa in America l’abitudine di raccogliere prodotti del campo direttamente dagli orti: mirtilli, fragole o fiori.

Edwin e la moglie Nitsuhe lo hanno invece creato alle porte di Milano e lo si puo’ ammirare e visitare da metà marzo a fine aprile. Momento di relax, occasione per vedere differenti varietà di tulipani, gioire di queste grandi macchie di colore, fare foto, chiedere consigli, ma anche raccoglierli per farne un mazzo da portare a casa.

Ci sono file di tulipani che si possono cogliere mentre ai lati ci sono quelli da esposizione. Ci sono secchi e forbici a disposizione ed un banco per incartare i mazzi.

Andate a vedere il sito tulipani-italiani "i nostri valori sono: allegria, felicità, natura, relax,bellezza, rispetto per la natura, per rendere felici i nostri ospiti!"

 L'idea è bellissima ma è un dispiacere vederla finire come a Roma anche perché dietro ci sono mesi di lavoro .

Qui a Roma il Tulipark con 300mila tulipani è un marchio di FloraNixena leader nel settore dei fiori recisi (zona Giustiniana).

Nemmeno Alarico e i Goti avrebbero potuto fare tanto scempio di quest’oasi! Ma perché? Che gusto c’è a strappare i bulbi dalla terra credendo che, portandoli a casa, possano riprodursi! C’è stata una damnatio generale e un’alzata di scudi sull’episodio di vera inciviltà da parte di molti giornali e televisioni! Quando è troppo è troppo!!

 Forse è il caso di riflettere sul rapporto che abbiamo con piante, fiori natura, Forse è il caso di riflettere sul rapporto che abbiamo con il senso civico e il rispetto per il lavoro di chi porta nuove idee ed arricchisce la città, Forse è il caso di riflettere sulla patina di finta educazione di cui ci ricopriamo, Forse è il caso di riflettere sul perché diamo sempre la colpa agli altri mentre noi, presi singolarmente, siamo il massimo del rispetto verso la nostra città!
 

 

Da principiante a esperta giardiniera.

La spazialità fluida dei viottoli sinuosi che creano a sorpresa molteplici punti di vista di informale bellezza sostituisce, negli anni 40, il rigore geometrico. E’ il nuovo stile del “cottage garden”, uno spazio chiuso da mura morbidamente gremite di erbacee, arbusti, rampicanti e tante rose.

Un rifugio, un nido, un luogo delle memoria e del sogno ma anche della sperimentazione .

Margery Fish creatrice del giardino di East Lambrook Manor ne è profeta e mia ispiratrice.

Comincia a cinquanta anni, impacciata come solo una londinese puo’ esserlo, ignorante di botanica e umilmente consapevole di esserlo.

Guarda il marito, un ex militare ignorante e supponente piantare, in file ordinate,  arbusti e rose come se fossero soldati, costretti a rimanere impettiti come sentinelle.

Sa solo che questo giardino è senz’anima . Solo dopo la morte del marito, Margary regalerà a quel giardino la sua anima e il suo cuore: “ Se ami il giardino- dirà- ti amerà mille volte di più!” .

Ci saranno viole e primule e bucaneve e ciclamini a centinaia come tappeti e cascate di rose a nascondere angoli segreti, piante rare e spontanee abbracciate come sorelle: “ ogni pianta è una mia intima amica – dice – mi ricorda la persona da cui l’ho avuta , mi evoca un’emozione!

 

Mariella Macri’

Giardiniera ed appassionata.

 

Margery Fish (5 agosto 1892 - 24 marzo 1969) è stata una giardiniere inglese e scrittrice  di giardinaggio, che ha esercitato una forte influenza sullo stile informale del cottage garden. Appassionata e curiosa, lasciava che le spontanee nascessero assieme a fiori del cottage contro le idee del marito che invece era un cultore del giardino formale, statico ed impettito. A East Lambrook Manor, aveva creato un grande cottage garden su scala domestica. Ha scritto molti libri ma solo uno tradotto in italiano: “Fare un giardino”.

 

Il giardino che non c'era.

 

Miki Borghese vive in Sicilia dal 1959 con i quattro figli ed il marito Scipione. Poi il marito e’ morto nel 2001, i figli sono andati via per le loro strade e  lei e’ rimasta per continuare il  lavoro costruito insieme, laddove non esisteva nulla.

rdino che non c’eraE’ lei che ci riceve nella piccola cappella di Sant’ Andrea, ormai anziana, appoggiata ad un bastone, ma spigliata, acuta, intelligente ci racconta la storia del suo giardino, visitato persino dalla Regina Madre d’Inghilterra nel 1998.

La piccola cappella è uno dei tre corpi della proprietà assieme al palazzo principale e la locanda dove i cacciatori erano soliti aspettare l’alba.

Il giardino che non c’era  nacque dalla bonifica di una lago che stava procurando la malaria nei dintorni negli anni 30:  il lavoro coraggioso ed innovativo dei coniugi Scipione portano al meraviglioso giardino di oggi, splendore che non è solo frutto di una ricerca di piante adatte al luogo, ma soprattutto il frutto di un amore profondo per quella terra che si modellava man mano realizzando un sogno che sembrava impossibile, data l’asprezza del territorio.

Grandi entusiasmi, alternati a momenti di sconforto, segnano le fasi della nascita di quello che sarà il giardino che comprenderà soprattutto vestigia del passato ed innovazioni del tempo attuale. Oggi, oltre ad essere un giardino visitabile, che fa parte del circuito dei Grandi Giardini Italiani, è anche un’azienda agricola al passo con i tempi, ma è sempre la principessa che controlla tutto con il suo occhio vigile e attento!

Nel suo libro, che vende personalmente, oltre alla storia troviamo deliziosi acquarelli che rappresentano molte piante del giardino a fronte delle simpatiche circostanze durante le quali sono entrate a farne parte

Io ci sono stata nel 2016 ed è un ricordo bellissimo!

L’Azienda ed il Giardino del Biviere si trovano in contrada Biviere, una tranquilla zona di campagna vicino Lentini, nei pressi dell’attuale lago del Biviere, vera e propria oasi naturalistica.

 

 

Buon Natale con gli Hellebori!!!!

Gli Hellebori che illuminano l’inverno.

Ieri sono arrivate sei piante di hellebori nel mio giardino che vanno ad arricchire l’aiuola delle stesse piante sotto un piccolo albero. Punto ideale: ombra durante l’estate, vicino alla mia finestra in modo da godermeli in inverno.

Oggi invece, da un altro vivaio sempre del Nord Italia, e’ arrivato un helleboro a foglie variegata, una novita’che "dovevo" assolutamente sperimentare!!!

In questo periodo gli hellebori hanno tutta la mia attenzione, si chiamano anche le rose di Natale appunto perche’ i primi fiori si aprono ora ( la specie helleborus niger) anche se spesso sono forzati per farli fiorire a Natale. Da gennaio fioriscono gli Orientalis, poi i Foetidus fino a maggio cosi’ come l’helleborus x sternii senza contare tutti gli Ibridi. Scegliendo bene, si possono avere fiori da dicembre sino a maggio. In genere non taglio i fiori ma solo alcune foglie avvizzite perche’ dai semi nascono nuove piantine.

Le varie specie di queste piante perenni si distinguono dalle foglie. In natura sono piante da sottobosco quindi vogliono terreno ben drenato, umido e ombra soprattutto nei periodi caldi e concimazione due volte l’anno. Ora ho messo dello stallatico e in primavera ci mettero’ un po’ di cornunghia, comunque non hanno bisogno di tante attenzioni una volta avviati.

Alcuni li criticano perche’ spesso  le teste dei fiori sono pendule e in parte rivolte verso il terreno ma la loro bellezza vale comunque la gioia di averli in giardino o in un terrazzo rivolto a nord che abbia il sole al mattino.

Nei secoli l’helleboro e’ stata usato come medicinale soprattutto “ottima per pazzi e furiosi”( nell’Herbal di John Gerard 1597) gia’ usata e conosciuta nel II secolo d.C. , ma attenzione perche' e' velenosa, quindi prudenza e lavarsi le mani dopo aver toccato la pianta e soprattutto le radici.

Quest’anno ho provato a inserire delle peonie che hanno le stesse caratteristiche di coltivazione e di esposizione e aspetto di vederne l’effetto estetico non solo dei fiori ma anche e soprattutto dell’insieme foglie.

Attenzione ai prezzi: ho visto prezzi inauditi in qualche vivaio che ne ha pochissimi e forzati. I prezzi vanno da 11 a 20 euro a secondo della grandezza del vaso e della varieta’.

Per vedere le varieta’ online: Althea di Carlo Furlanis che coltiva solo hellebori o vivaio Zanelli con bellissime foto o anche Un quadrato di giardino che ha quelli a foglia variegata.

 

  Agli uccellini non piacciono le bacche di Callicarpa ! Per questa ragione questo arbusto rimane pieno di bacche violacee stettamente attaccate ai rami per tutto l’inverno. Non ne ho viste tante in Italia mentre in Inghilterra spuntano ciuffi di callicarpe in tanti giardini. Vanno piantati a gruppi (come consigliava Vita Sackville West nella sua rubrica “In your Garden” alla meta’ del ‘900)  infatti sono socievoli nei confronti dei propri simli:  in realta’ e’ piu’ facile l’impollinazione. La callicarpa “bodinieri giraldii “ e’ quella piu’ diffusa. Io l’ho comprata in un vivaio molti anni fa e il vivaista non si capacitava di essersi liberato di una pianta cosi’ poco richiesta. Devo dire che in realta’ non mi ha dato molta soddisfazione, ne’ ha dato al giardino un passabile effetto scenico. Il mio giardino non e’ grande percio’ devo fare delle scelte e la callicarpa non e’ riuscita a convincermi. Peccato ! In Inghilterra devo ammettere che sono belle.

Ma chi e’ Xavier Kurten?

 

 Il castello di Racconigi, sede prediletta di Carlo Alberto di Savoia Carignano che, per la morte degli eredi diretti, sali’ al trono del regno di Sardegna, ha un parco grandissimo.

il parco della reggia  e’ la piu’ grande opera paesaggistca di Xavier Kurten che, onestamente, non conoscevo. Eppure e’ stato lui, tedesco a portare in italia il giardino all’inglese e a creare molti giardini della nobilta’ dell’epoca. Parco neo-gotico romantico ottenuto dalla distruzione della tenuta agricola dietro al castello.

Lo percorriamo a bordo di una carrozza: da tre punti ci appare uno scorcio della reggia, attraverso  “binocoli naturali. Dunque non piu’ la concezione di scene che appaiono "a stupire" come nel classico giardino inglese ma un’idea piu’ naturale di paesaggio.

Inizialmente, alla meta’ del 700 il parco era ispirato ai giardini francesi dunque parterre, viali di carpini, teatro verde, peschiere. Fu la pricipessa Giuseppina di Lorena, colta dama francese che lo volle nello stile paesistico inglese e cosi’ lo trovo’ Kurten. Privo dei francesismi ma incompleto nel sogno di parco inglese. Aveva gia’ il lago centrale al posto delle peschiere.

Sulla parte della tenuta agraria restante dopo l’ampliamento del parco, il designer (oggi si direbbe) architetto Pelagio Pelagi, la Margaria, la grande fattoria reale di Racconigi mai vista terminata dal suo committente Carlo Alberto.

In stile neogotico, racchiudeva tutta la modernita’ in ambito agrario/zootecnico voluta dal re ed era chiusa da una grande serra neogotica, la piu’ grande d’Italia.

Dobbiamo la salvezza di Racconigi, abbandonata dopo la monarchia fino al 1980 quando fu acquistata dallo stato, ad un’incredibile persona Mirella Macera, abbruzzese sopraintendente in P iemonte, che dedico’ la sua breve vita alle dimore sabaude. A lei dobbiamo anche la restaurazione della Venaria.

Nel 1993 apri’ la residenza nonostante fosse in atto il restauro in modo che non si aspettassse la fine dei lavori per goderne la rinascita e nello stesso tempo raccogliere fondi, insomma una di quelle persone “illuminate” che ogni tanto capitano!

Il parco riprese vita e l’obiettivo che si erano posti insieme Carlo Alberto, Kurten e l’architetto Pelagio Pelagi.

Credo sia un giardino che valga la pena visitare soprattutto con i colori autunnali, il primo freddo e una sosta per una polenta con i funghi e un buon bicchiere di Barolo. Se non lo si percorre in carrozza il parco e’ una lunga passeggiata che stimola l’appetito!

Fioriture d’autunno: le Persicarie. 

Carlo Contesso, uno dei paesaggisti oggi piu’ completi per  la sua formazione tra America ed Inghilterra, utilizza spesso le persicarie nei suoi Giardini.

Giorni fa, all’esposizione autunnale del castello di Masino, ho incontrato un vivaista, di quelli storici e prestigiosi, e mi ha detto che per il grande caldo dell’estate scorsa, hanno dovuto tagliare basse le persicarie e quindi perso gran parte della fioritura.

Per fortuna nel mio giardino le fioriture sono state generose!!!

Combattive e vigorose, le persicarie ci aiutano nella lotta contro le infestanti e nelle bordure creano festose macchie di colore spesso anche solo con la bellezza delle foglie.

Se, come dicono molti, si allargano quasi a diventare invasive, basta contenerle con sarchiature. Nel mio giardino non sono invadenti ma “giustamente espanse”. Spesso trovo nuove piantine anche lontano dal loro posto ma allora, perche’ non farne delle piantine per gli amici?  Quella che prolifica di piu’ da me e’ la persicaria virginiana ‘Painter’s Palette’ con le foglie variegate che trovo bellissime e le spighe sottili rosse che spiccano sulle foglie.

Anche la persicaria Virginiana  si distingue per  le sue foglie decorate di una V marrone. Molte vogliono la mezz’ombra  soprattutto la Virginiana, le mie prendono il sole del mattino sino alle 11 circa.

La piu’ piccola e’ la Persicaria capitata ottima per far ricadere da un vaso o come tappezzante (in quest’ultimo caso, devo solo vedere quanto piace al mio coniglietto!)

Puo’ interessare sapere che le persicarie si dividono per noi giardinieri in due gruppi principali; le Virginiana che nasce nel Nord America e la Persicaria amplexicaulis che e’ himalayana. La differenza sta nelle foglie  che sono nella virginiana di grande impatto  mentre l’amplexicaulis e’ piu’ famosa per i fiori.

Di quelle nel mio giardino posso testimoniare la bellezza e la rusticita’.

A volte fioriscono in luglio ma la maggiore fioritura la fanno da fine agosto. D’inverno spariscono percio’, se non si resiste al vuoto che si crea, si puo’ abbinare un’ erbacea perenne.

La prossima che entrera’ nel mio giardino sara’ la Persicaria bistorta:  mi piace sperimentare!

Se poi vi siete incuriositi, online c’e’ il mondo di persicarie: di solito i siti inglesi sono piu’ ricchi di consigli  ma anche in Italia il vivaio Priola ne ha una bella collezione con schede informative dettagliate.

Curiosita’:  nel catalogo online di un ibridatore famoso olandese Jan Spruyt (meraviglia di internet !!!) e ne ho scoperte tante altre e quelle ibridate da lui hanno JS davanti al nome.


  

Come guadagnare una stagione in giardino

Le fiere autunnali sono meno affollate di quelle primaverili,  ma le persone che passeggiano tra gli stand, nella maggior parte dei casi, sono veri appassionati. Non hanno bisogno di vedere la pianta in fiore (spesso forzata in maniera innaturale a “fare scena”) ma sanno che l’importante e’ la salute delle radici e di tutta la pianta e sono contenti di scambiare idee e di approfittare dei consigli dei vivaisti non oberati dalle compere frettolose e impulsive delle mostre/mercato primaverili.

Il tempo sembra dilatato ed i colori caldi della natura intorno rendono i veri patiti di piante piu’ desiderosi di scegliere con calma la pianta da portare nel loro giardino, decidere dove posizionarla, piantarla con cura dopo aver preparato il terreno.

Le piante in vaso presentano le radici arrotolate intorno  alla zolla, ovviamente  in circolo,  seguendo la linea del vaso e non in lungo, giu’ nel terreno come succede in natura.

Per il giardiniere non c’e’ maggior piacere che districare senza fretta le radici  e posizionarle in modo che possano stendersi per andare a cercare liberamente il nutrimento.

Un altro piacere e’ lavorare la terra e fare la buca per la nuova ospite mentre intorno le foglie stanno ricoprendo il terreno. Nella buca si potra’ metter’ un piccolo strato di argilla o spezzato di piccole dimensione (si trova nei negozi di materiali edili) un po’ di stallatico pellettato e buona terra. Io aggiungo anche un cucchiaio di humus di lombrico ma non e’ strettamente necessario, con buona pace dei lombrichi.

La pianta trovera’ il suo spazio, le radici avranno modo di assestarsi e crescere prima di entrare in dormienza e saranno pronte a tornare al lavoro ai primi tepori e noi avremo guadagnato un anno sulla crescita della pianta. In primavera la pianta sara’ pronta a partire con radici forti e ben radicate.

Eppure sembra che la voglia di verde scoppi solo a primavera!!

Annamaria Molteni

 

 

6 maggio 2017

Organizzata da Giardinando Olgiata,

Visita al giardino di Valleranello

di Maresa Del Bufalo

 

Nelle mie fantasie il paradiso dev’essere proprio così, come il giardino delle rose di Maresa, a cominciare dal profumo dolce, fresco e inebriante che t’investe non appena ne varchi la soglia. Le piante ti avvolgono come in un abbraccio: alberi giganteschi ad alto fusto     d’innumerevoli specie – difficile elencarli tutti ma proverò almeno alcuni: aceri, magnolie, querce, prunus, malus, liriodendron tulipifera, malia azdegarac, parchinsonia aculeata, ippocastani, salice babilonia contorta, eucaliptus …- sotto le cui chiome a gruppi compatti crescono grandi cespugli da fiore – camelie, ortensie, philadelphus, weigelie – ma soprattutto le rose, sarmentose e a cespuglio che avvolgono il tutto e s’arrampicano verso il cielo inondando gli alberi e i cespugli dei loro getti stracarichi di centinaia, migliaia di rose in boccio e in fiore, tanto che per ammirarle devi alzare la testa verso l’alto e la visione è tale che quasi ti senti sopraffatta. Lo sguardo di tanto in tanto si spinge verso gli stretti sentieri tra un gruppo di piante e l’altro -a volte bisogna curvarsi per passare talmente la vegetazione è fitta e rigogliosa-  desideroso di inoltrarsi più avanti, scoprire altri luoghi e scorci e a ogni passo nuove visioni, cascate, zampilli, cuscini, montagne di rose ti sorprendono lasciandoti senza fiato. Maresa come Virgilio con Dante nel viaggio della Divina Commedia, ci accompagna, ci contagia con la sua passione per la natura, ci spiega, ci racconta infinite storie di come il giardino è nato dal nulla – era un campo di stoppie! – è cresciuto e diventato l’incarnazione, dico io, della sua personalità forte, vivace e passionale. Dall’impianto dei primi alberi e cespugli all’innamoramento tardivo per le rose antiche che ancora non si conoscevano e coltivavano diffusamente come oggi, che scalzarono le poche rose “carciofo” come le ha soprannominate, grandi e dal portamento rigido, e diedero il “la” a un collezionismo che è cresciuto nel tempo fino a farla diventare lei stessa artefice e dispensatrice di nuove varietà che nascono spontanee nel suo paradiso. Ognuna di esse naturalmente ha un nome e una storia e se non l’ha è lei a fornirgliela. Molte delle sue rose portano il nome dei suoi cari, genitori, marito, figli, nuore e nipoti. Ci confida i suoi segreti di giardiniera, le sue scoperte distillate nel tempo, dall’alto dei suoi ottantotto anni, dopo errori, tentativi, successi, insuccessi. Noi visitatrici stupefatte siamo così iniziate alla sua sapienza verde, ai racconti dei tanti visitatori illustri, alle emozioni che il giardino nell’arco di una vita le ha dato. Il giardino di Maresa non è semplicemente un giardino, è uno stato della mente, vagare affascinati per i sentieri fitti, fitti di vegetazione, tuffare il naso tra i petali delle sue rose per aspirarne i differenti aromi, è un’esperienza mistica, oserei dire. Ne usciamo malvolentieri, del resto è difficile lasciare il paradiso, una volta entrati, un senso di stordimento ci accompagna, ci allontaniamo lasciandoci dietro alle spalle la grande bellezza, arricchite dall’incontro con una donna straordinaria.

Fulvia Midulla

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